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Buona Lettura

Nell’autunno del 1819 Anton Jaroslaw Puchmayer, teologo e linguista boemo, incontra un gruppo di rom costretti a fermarsi nel territorio di Radniz per problemi di passaporti e li frequenta per 10 settimane appassionandosi alla loro lingua e alle loro vicende.

Nella Boemia della prima metà del XIX secolo convivevano in Boemia due gruppi romanì: i rom boemi, una popolazione nomade proveniente probabilmente dalla Slovacchia nel XVI secolo, che praticava il nomadismo nella buona stagione fornendo servizi diversi alla popolazione stanziale (commercio di cavalli, stagnai, artisti di strada) e i sinti, di più antico insediamento, provenienti dalla Germania, che vivevano nella parte della Boemia di lingua tedesca. Nella seconda metà del XIX secolo si aggiungeranno alcune famiglie di Kalderash, provenienti dalla Valacchia, un’altra popolazione nomade che viveva del lavoro dei metalli.

Nel 1821, un anno dopo la sua morte, a Praga viene pubblicato il frutto di «un lavoro molto accurato e assolutamente indipendente», come lo definisce Pott : la prima grammatica strutturata del romanès. Per la prima volta a una lingua di tradizione orale, senza un proprio alfabeto, né testi scritti e tanto meno grammatiche, viene dedicato il primo esempio di lavoro metodico per analizzare e capire la sua struttura grammaticale,

Ma altrettanto significativo, e anche sorprendente, è ciò che Puchmayer offre come significativa testimonianza della sua accuratezza e attenzione: già dal titolo usa per primo in una pubblicazione il termine románi čib (lingua romanì); inoltre informa che l’etnonimo dei rom boemi fosse Rom (plurale Roma), che dall’altro gruppo romanì, i sinti, venivano chiamati “ungheresi”, per la loro presunta provenienza, mentre la popolazione stanziale li chiamava con l’eteronimo Cikani.

Inoltre Puchmayer non affronta solo la struttura grammaticale del romanès ma si pone, anche qui per primo, il problema della trascrizione dei suoni di una lingua che era trasmessa esclusivamente per via orale e di cui non esisteva alcun alfabeto formalizzato né, di conseguenza, alcun testo scritto, per cui ogni etnofilologo non solo ha usato l’alfabeto della propria lingua, ma nella trascrizione ha utilizzato segni secondo il proprio alfabeto e un proprio metodo per esprimere i suoni corrispondenti del romanès. Nel tentativo di far corrispondere a ogni suono un segno Puchmayer ne individua e trascrive ben 41.

Il romanès che ci offre Puchmayer è il romanès dei rom boemi e fa parte del gruppo di dialetti romanì dell’Europa centrale con cui condivide ovviamente il vocabolario indo-ariano, con influenze persiane, armene, greche e dell’area degli slavi del sud e più recenti innesti di vocaboli dell’area ceca. Inoltre l’opera è corredata da un ricco vocabolario e da 20 testi in romanès - favole, versi e versetti biblici - che costituiscono una delle prime testimonianze di testi scritti in lingua originale.

Altra caratteristica significativa dell’atteggiamento di Puchmayer è l’aver premesso solo pochissime note sulle caratteristiche di rom e sinti, a differenza di autori precedenti e successivi, che non si sono risparmiati dal divulgare luoghi comuni e pregiudizi che hanno segnato e segnano la vita di questo popolo.

(Paolo Cagna Ninchi)


Anton Jaroslaw Puchmayer: Románi Čib, cioè: grammatica e vocabolario della lingua zingara aggiunte alcune favole nella stessa. Edizioni UPRE ROMA

Nell’immagine: un rom kaldersh con le sue attrezzature portatili.


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