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Buona Lettura

Il canto di una poetessa

Il bosco mi ha allevata come ramo dorato, in una tenda zingara simile a un fungo. Amo il fuoco più della mia vita. Venti impetuosi e lievi cullarono la bimba zingara. La spinsero in giro come una trottola …

Questi sono i primi versi del “Canto zingaro con parole uscite dalla testa di Papusza”.

Avevamo proposto (n. 7 della newsletter) le poesie e la storia di Gina Rainicic[1], la prima poetessa rom, vissuta in pieno 800, che nei suoi versi canta i dolori e le passioni di una vita in tumulto; versi e vita raccolti da Heinrich von Wislocki, etnofilologo che ha dedicato la sua di vita a tramandarci storie, leggende usi e tradizioni del popolo romanì. Dopo Gina è un’altra donna, Borislawa Wajs, la più grande poetessa rom polacca, vissuta nella seconda metà del 900, che segna con i suoi canti la storia della letteratura romanì.

La sua vita ce la racconta Colum McCann, scrittore irlandese, nel suo romanzo Zoli, la storia della poetessa che cantava la vita dei rom nomadi polacchi, il loro rapporto magico con la natura. Li racconta come li può raccontare un romanziere, interpretandone i tratti più caratteristici attraverso le tragedie del secolo che ha visto due guerre mondiali, lo sterminio razziale di due popoli, l’ebreo e il romanì. Nel racconto c’è la fortuna letteraria dei suoi canti e la sfortuna del suo rapporto con la sua comunità che la rifiuta perché sa leggere e scrivere e perché ha aperto la sua lingua ai gagi, ai non rom.

Nata quando gli agricoltori terminano la mietitura del grano, nell’ agosto del 1910, cresce nella natura, osserva gli alberi, i fiori, gli uccelli. Di sera siede al ruscello e canta. Sa anche ballare bene. Conosce il potere delle erbe. Sa leggere la mano. È bella, la chiamano “Papusza”, cioè “bambola”.

Persa la famiglia a opera dei nazisti, crebbe con il nonno, sposò un rom arpista più anziano di lei. Dopo la tragedia del Porrjamos, dopo la guerra, un giorno Papusza incontra Jerzy Ficowski, poeta, critico e scrittore polacco che dopo aver letto le sue poesie, i suoi canti, li traduce in polacco e li pubblica. La fa anche iscrivere all’Associazione dei letterati polacchi, tutto sembra bello come una favola nella vita di Papusza, ma presto cominciano i dispiaceri. I rom non apprezzano che la loro lingua sia conosciuta dai gagi e Papusza subisce l’ostracismo della sua comunità.

Sono i tempi nei quali la comunità rom polacca è costretta a grandi cambiamenti. Nel 1952 con la risoluzione "Sull'assistenza degli zingari alla conversione alla vita sedentaria" il governo cerca di avviare un processo di sedentarizzazione che, vista la resistenza dei rom a lasciare la vita nomade, viene inasprito nel 1964: le autorità richiedono formalità di registrazione, documenti di stato civile e carte d'identità, non si possono più accendere fuochi nella foresta, marcare il carro, ecc., diventa difficile continuare a viaggiare. Anche la famiglia di Papusza negli anni Cinquanta sceglie un luogo di residenza permanente.

Gli ultimi anni della vita sono dolorosi per Papusza, sola, bandita dai suoi, vittima di un esaurimento nervoso, la poetessa della vita nei boschi muore l’8 Febbraio del 1987. Le infermiere raccontano che poco prima di morire si toccava le orecchie in cerca dei suoi orecchini fatti con le galle della quercia.

Nel romanzo questa vicenda biografica, trasfigurata nella figura di Zoli, è narrata con grande empatia per una poetessa che fino alla fine ha mantenuto la purezza del suo sguardo e la fierezza del suo essere “zingara”, che sapeva scrivere canti e leggere il futuro mentre girava col carro guidato dal nonno che le leggeva Il capitale di Karl Marx ai bordi dei boschi.

Nell’800 le prime poesie scritte in romanès, le prime testimonianze di una letteratura che raccoglie la tradizione di una cultura fino ad allora esclusivamente orale, ci arrivano da Gina Rainicic, rom serba, allevata da un commerciante armeno a Costantinopoli dove impara il turco, l’armeno e anche il tedesco. Nelle sue poesie racconta la sua vita avventurosa e dolorosa. Nel secolo successivo è un’altra donna Papusza, che nei suoi versi canta la vita nomade del suo popolo. È singolare e significativo che siano due donne ad aprire la stagione della letteratura romanì, un segno questo di una nota distintiva, di una diversità che porta nel panorama letterario il dono di una preziosa differenza di sensibilità e di linguaggio.

(Paolo Cagna Ninchi)


Colum McCann, Zoli. Storia di una zingara, Rizzoli, Milano 2007.

[1] Heinrich von Wlislocki, Una poetessa zingara, Edizioni Upre Roma, Milano, 2020.


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