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Giallo Milano

Il mio primo campo ROM è stato quello di Via S. Dionigi. Fantastico, tra l’acqua e le risaie, accanto all’antica abazia di Chiaravalle. Sono andato per i bambini, per giocare con loro, per capire come vivevano e quale era il segreto della loro felicità. Salivano in dieci e dieci sulla mia seicento e andavamo in un altro antico sito: Nosedo accanto all’omonima chiesetta. Vi sfollarono mille anni fa i cittadini del Ticinese scacciati dal Barbarossa, l’inceneritore. “ Brucia la città e invia nei campi!”, già eravamo nel Medio-evo. Il campo di S. Dionigi era il campo rom di cui aveva bisogno Milano. Luogo vivo, in mezzo a siti antichi e sacri. Ci fu li lì persino una santa eretica, tal Guglielma la Boema, fantastico! I grandi mi chiedevano soldi e i bambini si arrabbiavano, avevano capito il senso del nostro incontro. Li ho portati in Duomo con un flauto magico.

Cosmin, Sorin, Sara, Lucia, Luigi, Adrian, Viscol, Mieluza… Ora sono dispersi per l’Europa, umiliati nelle scuole e peggio, molto peggio dopo le scuole. Il campo non c’è più. C’è solo brughiera, forse un giorno un insulso giardino borghese. La città è più povera e pervasa da una criptica sensazione di degrado diffuso e di paura e di fastidio incattivito.

Per fortuna di qualcuno, sono una persona qualunque; non insegno, non aggrego, non rappresento nessuno. In questa posizione così modesta, e non sono neppure una vittima, penso che le città, come Milano, abbiano bisogno , a mio parere, come un corpo umano del suo fegato, di campi, di ghetti di luoghi per lo scambio, scambio di sostanze vive per rendere possibile la relazione tra diverse dimensioni del vivere. Anche la mente, per vivere, funziona così. Lo sapevano già i ricercatori alchemici ed ora , forse, anche i veri psicoterapeuti. Lo scambio tra una mente funzionale e organizzata e il suo interlocutore disfunzionale è tutto a beneficio dello sviluppo equilibrato. I Mussulmani Africani, che la sanno lunga sulle relazioni tra dimensioni diverse, dicono che i Gin si impossessano delle persone nelle situazioni di fragilità interiore o anche esteriore, ossia nei confini, nei luoghi di periferia, ai limiti dei campi. I Gin sono dispettosi e allegri, portano scompiglio e arricchiscono la società. Si possono scacciare, con dei riti, se si vuole, ma anche questi riti sono un gioco, uno scherzo, una danza e un suono che rimesta e ricongiunge. Con stupore sento dire che bisogna superare l’idea di campo, di campo rom, di ghetto. La città non li sopporta più. Che strano mondo che dichiara che una sola formula del vivere è corretta! Più sbrigativamente poi ci pensa il fuoco. Bruciano i campi, bruciano intere città, brucia la Chiesa di Francia e il suo secolare bosco di travi: L’acqua poi non spegne più il fuoco ma annega i profughi del Mediterraneo.

La diversità va coltivata, riconosciuta come indispensabile. Diversi tutti, l’uno all’altro.

La diversità è fantasia, radicalità, un altro percorso, un’altra arte di vivere. Non siamo tutti uguali? Che banalità, siamo un unico organismo vivente, sognante, che gioca al matto o al saggio, si scambia ruoli, si inventa dimensioni. Il saggio conosce e rispetta, il saggio è misericordioso e tende la mano, siamo tutti ospiti gli uni degli altri. Viva i ROM che insegnano, a costi altissimi, che esistono dimensioni del vivere diversificate, desideri diversificati, sacralità allegre e danzanti, colori inimmaginabili per il grigiore della città o per scompaginare i suoi colori impeccabili, il famoso giallo Milano.

(Loris Panzeri)

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