Cerca
  • Movimento Kethane

Il sorriso di Willy e gli indifferenti

“In fondo era solo un immigrato”, queste le parole della madre di uno dei quattro che per lunghi 20 minuti hanno pestato a morte Willy Monteiro Duarte, un ragazzo di vent’anni con un grande sorriso.

Quando una madre riesce a dire una cosa del genere del figlio di un’altra madre nella nostra coscienza è successo qualcosa di molto profondo che non può essere nascosto dietro minimizzazioni (era solo una rissa tra ragazzi, quella è solo una piccola frangia, i nostri cittadini son tutti bravi ragazzi, e così via) che o non vogliono vedere o, peggio, nascondono dietro parole di circostanza un sentire comune con la violenza e in particolare con la violenza contro l’uomo di colore, l’immigrato, lo “zingaro”.

Ma oggi più di chi consente tacitamente – la politica dell’odio – o esplicitamente - le orde del web feroce – guardiamo a coloro che non consentono ma rifiutano di vedere il mutamento profondo della nostra società, della nostra coscienza collettiva, perché fa paura o perché non conviene. Un mutamento lungo e lento e proprio perché lungo e lento ha potuto erodere e trasformare nel profondo il sentire e l’agire comune. Sullo spaesamento di fronte ai primi flussi immigratori di qualche decina di anni fa si è accomodata la politica dell’odio che su quello spaesamento ha costruito la propria strategia di consenso. Una strategia per la sua costanza e pervasività – basta pensare al ruolo perverso di un’informazione che alla ricerca della verità ha sostituito la ricerca dell’effetto contingente, momentaneo accompagnando e, spesso, promuovendo la deriva della politica razzista della destra – ha fatto, senza tante distinzioni, dell’odio verso il diverso, il nero, l’immigrato lo “zingaro”, le proprie fortune elettorali.

Pare che nessuno si chieda quale sarebbe la società governata in un orizzonte cieco, nel quale le possibilità di convivenza pacifica si riducono, differenze e contrasti si acuiscono, cresce l’incapacità di fare i conti pacificamente con fenomeni globali inarrestabili come l’immigrazione di milioni di esseri umani dalla zone povere alle zone ricche della terra. Quello che conta per alcuni è ciò che si raccoglie adesso, il facile consenso del disagio, del malessere soggettivo e dell’odio coltivato, per altri è non riconoscere che alla nostra società è stato tolto ciò che la rendeva degna di questo nome: l’attenzione e il rispetto dell’altro, sostituendoli con l’indifferenza.

Eppure non è possibile non rendersi conto che questa strada, l’indifferenza, la sottovalutazione, la paura di riconoscere il buco nero nel quale lentamente sprofondiamo conduce esattamente proprio là da dove dolorosamente siamo usciti poche decine di anni fa.

Il nazifascismo cresciuto nella crisi economica e nel disagio sociale ha fatto del nemico – ebreo o zingaro che fosse – il collante del consenso all’idea della differenza, razziale ma anche sociale ed economica, come modello di una nuova società nella quale il destino degli altri era “indifferente”, e non solo. Come si sa la prima cosa che si faceva agli internati nei Lager era toglier loro l’identità, ridurli a numero, esattamente come un numero sono oggi gli immigrati morti in mare, le migliaia che si accalcano ai confini dei ricchi (Europa e USA), gli “zingari” che infestano le nostre periferie. Non persone, uomini, donne, bambini con occhi, lacrime e sorrisi, storie, ma numeri, etichette, categorie: l’immigrato porta via il lavoro agli italiani, lo zingaro ruba, e così via.

Chi oggi guarda quella foto meravigliosa del sorriso di Willy senza rendersi conto che passata l’emozione, versata qualche lacrima (ricordate le lacrime per il piccolo Aylan?), se non fa i conti con il punto al quale siamo giunti – perché è un caso isolato, perché gli italiani non sono razzisti, perché è solo una banda isolata, perché.. perché… –, con ciò che sta corrompendo la nostra coscienza, diventa complice di un crimine. Esattamente come poche decine di anni fa lo furono coloro che sottovalutarono, minimizzarono, per incomprensione o per interesse, - tanto sono quattro scalmanati, poi ci pensiamo noi, e così via – un fenomeno che aveva le sue radici profonde, oltre che nel nazionalismo pacchiano e sfrenato, nella paura del nemico, vero o presunto, nel disagio e nel malessere che rendono incerta la vita.

Il sorriso di Willy ci può salvare se cerchiamo insieme di fare i conti con la realtà profonda della nostra società e affrontiamo ciò che ci fa paura, l’ombra nera che oscura la nostra coscienza.

(di Paolo Cagna Ninchi)

42 visualizzazioni
KETHANE

+39  389 162 7828

 

Viale Ungheria 26

20138 Milano

 

info@kethane.org

seguici sui social: