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  • Movimento Kethane

LA NOSTRA FESTA E L'EPIDEMIA

L’8 Aprile 1971 il primo Congresso Mondiale Romani, scegliendo nome, inno e bandiera, chiedeva l'autodeterminazione di rom e sinti e l'unità internazionale, spianando la strada alla rivendicazione del riconoscimento di una nazione romanì senza uno Stato. Tale affermazione è stata ufficialmente fatta al quinto Congresso Mondiale Romani nel 2001. Ma fu in gran parte ignorata dai politici, e negli anni successivi, le ambizioni per una nazione romanì svanirono.

La paura e la confusione su ciò che una nazione romanì potrebbe significare hanno contribuito alla scomparsa dell'idea. Si temeva che la lealtà tra le popolazioni Rom, Sinti, Manush, Kalè e Romanichals potesse entrare in conflitto con la lealtà nei confronti del proprio Stato nazionale, e che una nazione romanì potesse essere vista come una rivendicazione territoriale che portasse all'esodo e quindi anche a spargimento di sangue. Allo stesso modo, c'è stata confusione sul fatto che una rivendicazione per una nazione romanì mettesse in discussione la nostra cittadinanza esistente o lo status di minoranza nazionale.

Questa confusione si riflette ogni anno l'8 Aprile, quando, in memoria di quel congresso, si celebra la Giornata internazionale della nazione romanì. Si è perso il riferimento all’identità politica in eventi organizzati da istituzioni o associazioni che raccontano il loro lavoro sulla povertà, sull'istruzione, sull'occupazione, sugli sgomberi e sui fondi dell'UE per aiutare rom e sinti o per commemorare il Porrajmos, anche se ci sono altri giorni dedicati al lutto di questa nostra storia. Questo tipo di eventi, certo non sbagliati di per sé, non riescono però a esprimere adeguatamente il significato dell'autodeterminazione e dell'unità internazionale, entrambi al centro dell'aspirazione all’identità politica che si è affermata al primo Congresso Mondiale Romani.

Questo 8 Aprile, non sarà come quelli precedenti. Gli eventi, giusti o sbagliati che siano, saranno solo online, e saranno segnati dalle condizioni drammatiche delle nostre comunità in tutta Europa ai tempi di COVID 19. Per generazioni, abbiamo vissuto in condizioni più difficili di chiunque altro. I governi e i politici ci hanno ignorato, discriminato e perseguitato. Abbiamo dato a loro i nostri voti, le tasse e lealtà ai nostri Paesi. In cambio abbiamo avuto umiliazione, razzismo e povertà come nessun altro.

Ora, il virus attacca tutti, ma noi corriamo un rischio maggiore, affronteremo conseguenze più dure di chiunque altro: il rischio immediato di infettarsi nelle comunità segregate e senza appropriate condizioni igienico sanitarie; il rischio di non essere curati; il rischio di essere accusati di essere una minaccia per gli altri. Vedremo gravi conseguenze sull'educazione dei nostri figli, sulle nostre possibilità di guadagnare un reddito, il rischio di attacchi dell’estrema destra, e più diventeremo poveri, ovviamente più diventeremo vulnerabili e vittime di manipolazione politica.

Ma mai come ora il profondo significato dell’8 Aprile ci sta indicando la strada. E’ una grande sfida per noi, per i nostri attivisti, per i nostri leader. In questo ultimo mese la nostra rete in Albania, Bosnia, Bulgaria, Ungheria, Kosovo, Montenegro, Macedonia, Romania, Serbia, Spagna, Slovacchia e Italia con 1200 attivisti ha raggiunto e aiutato 396 comunità per una popolazione di 1.052.316 persone. Tutto questo con una strategia comune e con principi condivisi: solidarietà, autogoverno, responsabilità e leadership collettiva.

Noi, oggi più che mai dobbiamo fare la nostra parte per proteggere noi stessi, le nostre famiglie e i più vulnerabili tra di noi. Il nostro movimento internazionale deve dare la voce alle nostre comunità e organizzare il nostro potere collettivo in modo che la politica non possa più ignorarci. Questo 8 Aprile dobbiamo trovare il coraggio di affermare che ci consideriamo parte di una grande comunità, di un popolo. Dobbiamo mettere al centro della nostra lotta il nostro presente drammatico e affrontarlo non da una posizione di debolezza, apatia e disperazione, ma con dignità, fiducia e forza.

Quindi Bahtalo Romano Dives, buona Giornata internazionale del popolo romanì.

(Dijana Pavlovic)

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