Cerca
  • Movimento Kethane

Il Coronavirus e la guerra

Ho passato la mia adolescenza e i primi anni della giovinezza in un clima di guerra. Quando nel ‘99 arrivai a Milano da Belgrado devastata dalla guerra e dalla lunga crisi economica, ho pensato che non avrei mai più provato quel senso di isolamento, quella sensazione di insicurezza, di paura e di smarrimento collettivo. La prima cosa che vidi di Milano era piazza del Duomo. Ancora oggi posso riprodurre la sensazione che ebbi. Meraviglia e bellezza si stendevano in tutto il corpo mentre guardavo i visi rilassati, spensierati e sorridenti della gente che passava. Ricordo che pensai che per la prima volta nella mia vita vedevo persone felici che camminavano per strada senza tensione e ansia sui volti. Sembravano tutti bellissimi. Quello era l’istante in cui mi sono innamorata di Milano, dell’Italia. Ora cammino per le stesse strade e vedo poche persone preoccupate e spaventate che fanno la fila davanti al supermercato, che riempiono i carrelli di qualsiasi cosa per il terrore di rimanere senza il necessario per sopravvivere, come facevano i miei genitori e tutti gli altri in Serbia. Anche la polizia, i controlli, i militari e i blindati per le strade mi riportano alla Serbia della mia adolescenza. Non riesco a smettere di pensare a questo e a paragonare quella situazione di guerra a questa. Cosa è uguale, cosa è diverso, cosa è più pericoloso, se prevale la solidarietà di una comunità o l’individualismo e la competizione, qual è la differenza tra la Serbia sotto dittatura e povera di venti anni fa e l’Italia ricca e democratica del 2020? Un paragone impossibile, ma comunque continuamente presente nella mia mente. Qui non cadono le bombe, la gente non gira armata, la maggioranza delle persone non muore di fame. Quello che è uguale è la paura delle persone, forse più forte e tangibile per il virus perché è un nemico invisibile che colpisce e non ti accorgi, che ti entra dentro, nel corpo. Un’altra cosa uguale è che anche adesso, come in una guerra, i più fragili, i più deboli, i più poveri vengono colpiti di più senza che nessuno se ne accorga o si preoccupi. In un certo senso vale la legge del più forte. Me ne sto accorgendo in questi giorni mentre sto per ore al telefono con i Rom e i Sinti di tutta Italia. Sono terrorizzati perché consapevoli che stando nei campi in poco spazio in tantissimi sono più a rischio degli altri. Preoccupati perché consapevoli che le comunità, per via della bassissima qualità della vita, hanno un numero molto più alto di persone con problemi di salute che rischiano la vita se si infettano. Arrabbiati perché, essendo lavoratori precari, in nero, raccoglitori di ferro, venditori di cose usate nei mercatini, non hanno nessun guadagno. Per non parlare di chi sopravive chiedendo l’elemosina. Ma anche quelli che hanno un’attività propria, come i giostrai e i lavoratori dello spettacolo viaggiante, che da generazioni con grande amore e sacrificio portano avanti le loro attività, sono alla fame, e nessuno ha pensato di inserirli nelle categorie da aiutare e sostenere in questo momento di emergenza. Mi chiedo come è possibile che ancora nessuno abbia pensato che in queste situazioni di grave disagio bisogna pensare a distribuire il cibo in questi luoghi e a queste persone. Questo si faceva 20 anni fa anche in un paese “non civile” e non democratico in guerra, se non per altro per una motivazione di ordine pubblico e di quiete sociale perché è difficile immaginare che la gente che non ha da mangiare rimanga chiusa in casa ad aspettare di morire di fame.

Per conto nostro abbiamo chiesto alle autorità competenti di iniziare a distribuire generi alimentari di prima necessità, non solo ai Rom e ai Sinti, ma a tutti quelli che ne hanno bisogno, di inserire la categoria di giostrai e lavoratori dello spettacolo viaggiante nei decreti per aiutare e sostenere la cultura e le imprese, e di assicurare che ci sia l’acqua disponibile per tutti quanti anche nei luoghi irregolari perché è assurdo dire alle persone che si devono lavare le mani per non ammalarsi e poi lasciarli senza acqua.

Io comunque sono ancora innamorata di Milano, dell’Italia, ma continuo a chiedermi e a interrogarmi qual è la differenza nei momenti drammatici e di emergenza tra un paese civile e uno incivile, un paese democratico e uno non democratico, tra un paese in guerra sotto le bombe e un paese in guerra con un virus.

Dijana Pavlovic

328 visualizzazioni
KETHANE

+39  389 162 7828

 

Viale Ungheria 26

20138 Milano

 

info@kethane.org

seguici sui social: