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Lettera aperta alla ministra dell’istruzione


Gentile ministra dell’istruzione Lucia Azzolina,

una famiglia normale, un po’ più numerosa della media, in periferia di Milano, combatte contro la povertà, contro la precarietà del lavoro, per pagare l’affitto della casa e le bollette tutti i mesi, per mandare i figli a scuola, “così si trovano un lavoro migliore”. Sono Rom rumeni, a Milano da vent’anni. A capodanno l’hanno scorso, uno dei figli, in terza media, ha avuto una disgrazia. Ha perso la mano per un petardo. E’ seguito un lunghissimo iter negli ospedali lombardi e a complicare le cose è arrivato il COVID e il lock down. Comunque, nel frattempo, anche se in condizione psicologica complicata, il ragazzo è riuscito a finire la terza media. Ma i genitori, presi da continui ricoveri ospedalieri, hanno ritardato a iscriverlo alle superiori. Lui voleva andare all’alberghiero, come suo fratello, gli piacerebbe lavorare in un albergo. Ma l’istituto alberghiero con una secca e-mail risponde alla mamma: non abbiamo posto. Così, in altri 4 istituti milanesi. Non c’è posto. La mamma dice: E’ depresso, si sente diverso, rifiutato. Tutto il giorno è a casa, mentre i sui compagni delle medie si collegano tutti i giorni con le loro classi e studiano.

Da tutta l’Italia arrivano tante, troppe notizie simili. Con la scusa del Covid i bambini rom e sinti che dovevano iscriversi in scuole diverse da quelle che frequentavano prima, sia perché passavano dalle elementari alle medie o dalle medie alle superiori, sia perché figli di giostrai itineranti, costretti a fermarsi per mancanza del lavoro lì dove si trovavano al momento. “Con riferimento all’oggetto, siamo spiacenti nel comunicare alla SS.VV. che vista l’emergenza Covid 19 non abbiamo posto per poter accogliere l’iscrizione di sua figlia nelle scuole afferenti il nostro istituto”. Questa la gelida comunicazione standard.

La ricerca fatta da SWG per il Movimento Kethane dice chiaramente che ben il 40% dei bambini rom e sinti iscritti nelle scuole, durante il primo lock-down non sono mai stati contattati dagli istituti scolastici. La ricerca ci dimostra che l’effetto del Covid si aggiunge a una situazione già drammatica e difficile per l’inclusione scolasti dei miori rom e sinti, con effetti disastrosi sul loro futuro.

Potremmo raccontare tante altre storie di bambini (una la potete leggere qui sotto scritta da una mamma) sulla loro sensibilità urtata dalla grande macchina statale che macina tutto e si ostina di non voler vedere la questione per quella che è: un’esclusione sistematica dei nostri bambini dal sistema dell’istruzione e di conseguenza dalla vita civile e sociale del nostro Paese. Si continua a raccontare la storia che Rom e Sinti non si vogliono integrare e poi ci si gira da un’altra parte quando i dati ci raccontano che più di due terzi di bambini e genitori si sentono discriminati da dirigenti scolastici o da insegnanti o da altri genitori; quando gli stessi dati ci dimostrano che continui sgomberi fanno vivere un inferno alle famiglie e che fanno perdere definitivamente il percorso scolastico; quando ci sono centinaia di casi di scuole che non vogliono iscriverli violando un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione e la carta dei diritti fondamentali dei bambini.

E allora cosa possiamo fare davanti a un problema così grande e tanto ignorato dalla politica, dalle istituzioni e dalla società maggioritaria? Finora le nostre comunità hanno reagito nell’unico modo possibile. Quando ti chiudono la porta, cerchi di cavartela da solo. Dobbiamo fare così, prendere atto che la tendenza di questo periodo storico e politico porta al peggioramento delle nostre condizioni e se aspettiamo che intervenga lo Stato potremo perdere altre cinque o sei generazioni, e allora, affidarci alle nostre forze e cercare altre vie, altri modi,? Cercare di fare le scuole private, educare nostri figli nelle comunità, trasmettergli mestieri tradizionali e fare in modo che abbiano meno possibile bisogno dei gage nella loro vita?

O invece è arrivato il momento che le istituzioni si occupino seriamente di questo problema comprendendo che l’investimento sui nostri figli non è soltanto l’investimento nelle comunità rom e sinte, ma anche nel futuro del nostro paese?

In Italia ci sono tra 150 e 180.000 Rom e Sinti, più della metà sono minori. Sono il patrimonio delle nostre famiglie ma anche un patrimonio per la società. Far sentire accolti i nostri figli nelle scuole, farli studiare e apprendere, dar loro la possibilità di crearsi un futuro e sentirsi parte della società, significa avere tra dieci anni decine di migliaia di nuovi cittadini che contribuiscono e partecipano invece che persone povere, emarginate, vittime dell’odio e del pregiudizio.

Non è questa una sfida degna del massimo impegno da parte delle istituzioni e in primo luogo, cara ministra, dell’istituzione retta da lei? Io penso che lo sia, che questa sia una sfida da accogliere nell’interesse di tutto il Paese. Per questo chiediamo a lei che guida il Ministero dell’Istruzione l’apertura urgente di un tavolo per iniziare a progettare i cambiamenti strutturali nel sistema di istruzione in modo da non dover più inseguire caso per caso, scuola per scuola.

E perché, non inserire anche questa sfida tra quelle tanto importanti per il Paese all’interno Recovery Plan, tra i cui principi c’è il superamento dell’ingiustizia e dell’esclusione sociale la cui prima partita si gioca proprio nella scuola.

Dijana Pavlovic

Portavoce del Movimento Kethane Rom e Sinti per l’Italia

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