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LONTANO

Non ho mai conosciuto il mio bisnonno ma di lui so molte cose.

Nelle sere d'inverno cuciva le tasche della camicia e la sua mente piegava la seta, la stirava sotto i polsi, con le dita. Ricordava una trottola di legno e i tetti di Mosca, poi li buttava dentro il fuoco, scriveva una poesia, bruciava anche quella.

Quando parlava della guerra, del grande esodo rom, della fuga e delle persecuzioni, i suoi occhi diventavano neri e le nuvole gli si addensavano dietro le pupille, a chiudere per sempre immagini fugaci, spettri di luce che la notte non lo facevano dormire. “Non avevano le corde”, diceva:”Le corde del violino.”

Ricordava i piedi nudi nella neve, la notte che erano scappati, e diceva sempre che in quel momento sarebbe stato più facile morire. Si accarezzava le caviglie. I capillari erano scoppiati nel bianco perlaceo del mare, le dita avevano smesso di tremare. “Quando non senti più niente, è lì che è finita. Quando dimentichi la Storia.” Ma di quegli anni, di quegli anni non avrebbe mai dimenticato i corpi, diceva. Un mare di corpi nella neve e nessuno di loro aveva due corde di violino, come si usa tra i rom. Due corde di violino nella tasca della giacca, per incantare la morte, per sconfiggerla.

Nessuno di loro avrebbe potuto suonare per assottigliare le pareti del cielo, per avvicinarsi ai vivi. Nessuno di loro sarebbe vissuto per sempre, diceva, e si affannava a ritrovare i volti, a disegnarli col carboncino sul bordo del giornale. I volti dei morti. I volti del suo milione di fratelli.

Scriveva tutto, scriveva come se la morte stessa col suo manto di veleno lo stesse inseguendo, lo stesse canzonando, infida e meschina. Come se lui le facesse un dispetto, poi cancellava, bruciava i fogli, ripeteva tutto da capo ma non era più lo stesso e si fermava. Forse, in un'altra vita, avrebbe pubblicato un libro. Gli avrebbero fatto i complimenti e lui si sarebbe stretto nel cappello, furioso, avrebbe taciuto. In questa vita nessuno gli pubblicò mai niente, perché era rom.

La Storia gli era passata tra le vene e aveva fatto di lui un funambolo su rovi, un insonne frutto di ciò che non si deve vedere, di ciò che non si dovrebbe vedere mai.

So che il tempo passava e la Memoria rimaneva sui suoi fogli, sopra il bordo del giornale.

Cancellava le parole perché non ne aveva più, le bruciava. Non cancellava mai i volti, quelli no.

Quelli erano la Storia.

“Non avevano le corde, non avevano le corde del violino.”

Quando è morto ha lasciato una trottola di legno, una biglia di vetro colorato e un foglietto una frase col punto che diceva così: “Mi cerchino: io sono lontano. Io sono nel vento.”

(Morena Prediali)

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