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“Mauso”, un artista “zingaro” a tutto tondo

L’immagine dello “zingaro” ha due facce: quella “buona” con il violino, e quella “cattiva”, che ne è il rovescio, più frequentato, quella del ladro di bambini. Questo impedisce di vedere cosa c’è sotto il doppio cliché, per ignoranza ma spesso anche per pigrizia. E invece sono molte e diverse le facce di questa realtà, non solo violinisti o ladri, ma anche pittori, scultori, poeti, scrittori.

Un volto che è un po’ il caleidoscopio di questa realtà troppo nascosta è quello di Olimpio Cari, “Mauso”, scomparso a 77 anni tre settimane fa. Sinto estrakaria, oltre ad essere autore di poesie sugli aspetti tradizionali della vita del suo popolo, dei testi delle canzoni che egli stesso metteva in musica, dagli anni 80 si è dedicato alla pittura e alla scultura restituendo a legni "morti", trovati in laghi, fiumi e mari, una nuova anima e vita. I suoi quadri, che hanno ottenuto il plauso di critici e pubblico, si ispirano alla pittura di Marc Chagall, la cui tomba a Saint-Paul-de-Vence in Provenza “Mauso” ha visitato nel 1985 e “Mauso, li ha dipinti su un materiale inusuale, il vetro: metafora di durezza e fragilità nello stesso istante. Il suo tratto è dolce, quasi materno, intorno alla città che al contrario si fa spigolosa, pungente. “Mauso” ama il colore e le sue opere sono un caleidoscopio onirico di luci colorate che assumono riflessi unici che colpiscono l'osservatore da qualunque punto stia volgendo lo sguardo.

“Mauso” deve la notorietà e la fama europea grazie proprio alla pittura. I suoi quadri ti stupiscono per il tratto dolce ma nello stesso tempo ti stordiscono dai tanti colori in cui sono immerse le città ritratte. Ed è proprio la città o meglio l'osservare la città dall'esterno il tema che ha guidato in maniera preponderante il suo cogliere il mondo. Una città chiusa, a volte arroccata, che il pittore guarda da un prato, forse uscendo da un bosco. Una città appuntita e avvolta su se stessa che forse richiama le chiusure e i rapporti spinosi che vi sono tra la città, abitata da gagé, e i sinti che vivono nei prati e nei boschi a fianco di ruscelli.

Oltre alle tante mostre in Italia e all’estero ha pubblicato il libro Appunti di viaggio. Tracce di un'infanzia zingara (edito nel 2005 anche in lingua tedesca, presso una casa editrice di Vienna, con il titolo di Unterwegs. Spuren einer Zigeunerkindheit) che comprende racconti con i ricordi della sua infanzia, poesie e fotografie.

Accanto alla produzione artistica ha svolto, sempre con grande passione, anche una vasta attività didattica, insegnando nelle scuole la particolare tecnica della pittura su vetro ma anche facendo conoscere la storia della minoranza linguistica sinta.

Possiamo definire “Mauso” l'artista italiano che più di altri ha investigato il proprio essere “zingaro” attraverso molteplici linguaggi artistici: la musica, la poesia, la pittura e infine la scultura.

Ma per capire chi era, forse, dicono di più le parole di una sua poesia:

Sono nato sotto una tenda

in una notte d'estate

in un accampamento zingaro

ai margini della città.

I grilli mi cantavano la ninna nanna

la luna mi fasciava di raggi d'oro

e le donne vestivano gonne fiorite.

Sono cresciuto su un carro

dalle ruote scricchiolanti.

Eravamo ragazzi

senza ieri e senza domani

mendicavamo il pane nella pioggia e al sole

correvamo incontro ai nostri sogni

alle nostre fantasie nel bosco.

Ora sono diventato grande

la mia tenda è distrutta

il mio carro si è fermato.

Ma cammino ancora per essere libero

come il vento che scuote il bosco

come l'acqua che scorre verso il mare

come la musica di un violino zigano.


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