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Oggi sono io

Scelgo prima il titolo e poi inizio a scrivere l’articolo. So già cosa dirò, in un flusso di coscienza questa pagina diventa scritta, come un diario che non vedevo l’ora di scrivere.

Questa è la mia storia.

Nasco da mamma Romnì e papà gagè (italianissimi) che impara la lingua e le tradizioni meglio di mia madre, in un contesto che si definisce “normale”.

La mia è una casa, non un campo e già questo agli occhi di chi guarda mi rende meno rom. Sono bionda, pelle chiara, la prima nella classe, liceo classico, poi università. Imparo 4 lingue. Sempre meno rom.

Vedete, io ho sempre avuto la sfortunata possibilità di scegliere. Decidere io di dire o meno di essere rom, per tutto l’elenco sovramenzionato che secondo le convenzioni mi allontana dalle mie radici.

Questa possibilità mi ha portata spesso a nascondermi, senza spiegazioni, tanto nessuno ha e avrebbe mai immaginato o chiesto, figuriamoci.

Fino a quando non inizio ad ascoltare, ad imparare ed a conoscermi.

Fino a quando non sento la storia di mio nonno, internato e torturato durante il nazifascismo in una vecchia scuola che ormai fungeva da carcere.

Voglio sapere di più, scopro del Porrajmos, inizio ad iscrivermi ai corsi di formazione sull’antiziganismo. Vado in Polonia, visito Auschwitz, vedo con i miei occhi.

Dico basta a me stessa.

Dico che lo devo a tutti quelli che lì ci hanno perso la vita solo per la colpa di essere nati zingari, come me.

Rompo il muro con le amiche, con i conoscenti, con il fidanzato. Non fanno un cenno, un passo indietro. Non gli interessa. E non perchè non mi amano, ma per il motivo esattamente opposto.

Perché non esistono pregiudizi, stereotipi o categorie in cui si possano rinchiudere gli esseri umani. Non esistono gabbie di razze. Non esiste distacco tra i Rom, i Sinti, tra chi vive in casa o nel campo.

Esistono le scelte e a volte qualcuno non ce l’ha.

Ma io ammiro e sono in soggezione con coloro che di scelte non ne hanno, perché non posso nascondersi. E allora affrontano a testa alta le loro radici e non hanno un attimo di dubbio su chi sono o su chi dovrebbero essere. Perchè paradossalmente lo stereotipo che li etichetta, gli dà la possibilità di fare della propria identità una forza, senza miscredenze.

Io che la scelta l’ho sempre avuta ho commesso l’errore di non voler essere.

Fino ad un certo punto.

Perché ora sono la zingara, la rom che non sembra rom.

E amo ogni parte di quello che sono, amo ogni radice ed ogni parola Romanes, che da piccola fingevo fosse rumeno, serbo, bulgaro, ungherese se per caso qualche amichetto ascoltava la mia mamma rom parlare. Che da piccola non volevo imparare e che ho riscoperto solo a 22 anni.

Questa non è la mia storia, è la mia cultura. Essere rom non mi rende meno italiana.

Essere italiana non mi rende meno rom. Le mie identità mi appartengono e scelgo di viverle.

E di combattere perché entrambe vivano e convivano e non si pensi più che l’una tolga qualcosa all’altra.

Perché non esistano più “rom che non sembrano rom”.

Perché non si scelga più di nascondersi, ma di valere.

Come essere umano, come zingaro. Come me.

(di Deborah Cieri)

Deborah Cieri

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