Cerca
  • Movimento Kethane

Recovery Plan e Rom e Sinti

di Dijana Pavlovic

In questi giorni si parla del nuovo governo e di come l’Italia può e deve affrontare il lungo percorso di ripresa economica e sociale all’interno del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza), un fondo speciale all’interno del Next Generation Europe volto a finanziare la ripresa economica dei Paesi europei nel triennio 2021- 2023, dopo la pandemia da Coronavirus. L’Italia e la Spagna sono i maggiori beneficiari di questa misura. Per la ripresa italiana, infatti, sono dedicati 210 miliardi su 750 miliardi complessivi per tutti i Paesi europei.

Siamo abituati a sentire parlare di Rom e Sinti in termini di emarginazione, segregazione, assistenza, integrazione, inclusione, razzismo, sicurezza. Ma che cosa succederebbe se iniziassimo invece a pensare a loro in termini di risorse umane con un certo potenziale? Se ci chiedessimo in che modo noi possiamo contribuire alla ripresa economica e sociale del nostro Paese?

Certamente, non possiamo affermare che la nostra forza numerica in Italia sia significativa come in altri Paesi europei, come per esempio in Romania o in Bulgaria, dove la popolazione Rom numericamente rappresenta una parte molto consistente della popolazione. Tuttavia, si tratta di un’occasione unica di considerare una parte della popolazione italiana, anche piccola, la più emarginata ed esclusa dal sistema scolastico, sanitario e dal mercato di lavoro, una risorsa finora non usata, anziché uno scarto sociale.

1. Le conseguenze del COVID 19 sulla popolazione rom e sinta in Italia sono drammatiche. Secondo la ricerca condotta dall’istituto SWG per il Movimento Kethane, il 40% di bambini rom e sinti durante il periodo del primo lockdown non è stato mai contattato dalla scuola, nemmeno una sola volta. Sommiamo a questa percentuale il fatto che anche quelli che sono stati contattati in qualche modo, comunque non hanno potuto seguire la didattica alla pari dei propri compagni per mancanza di devices e del collegamento wi-fi; aggiungiamo che noi stessi riceviamo da settembre centinaia di segnalazioni, da parte delle famiglie, che le scuole evitano di iscrivere i bambini e che un numero sconosciuto di bambini rom e sinti non sono stati iscritti (quelli che dovevano iscriversi in una scuola nuova – prima elementare – prima media- prima superiore –, i figli dei giostrai che per motivi di lavoro itinerante devono spesso iscrivere bambini in scuole nuove e in città diverse); otteniamo così un quadro inquietante.

Secondo le nostre stime ci sono circa 40 mila bambini rom e sinti in questo momento, completamente tagliati fuori dal sistema scolastico. Tralasciamo per un attimo che il fatto in sé rappresenta una gravissima violazione dei diritti fondamentali dei bambini in uno dei Paesi più importanti della Unione Europea. La domanda per lo Stato italiano è: questi 40.000 bambini rappresentano soltanto la perdita del futuro di Rom e Sinti in Italia o invece, come noi crediamo, sono un pezzo integrante del nostro Paese e rappresentano di conseguenza anche un pezzo del futuro dell’Italia? Conviene pensare ora a un piano specifico ed efficace per includerli nel sistema scolastico in modo che possano essere una risorsa e una ricchezza per la società o aspettiamo che tra qualche anno diventino un costo sociale?

2. La chiave del Recovery Plan, la questione che dà un segno di innovazione e uno sguardo concreto nel futuro è la transizione ecologica, che, a sentir parlare i commissari europei e i governi nazionali, deve diventare una grande opportunità non soltanto per combattere riscaldamento globale e degrado ambientale, ma anche per la crescita economica in termini di nuovi posti di lavoro.

Secondo l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, a livello globale, l'economia informale comprende l'81% di tutte le imprese, il 61% dei lavoratori dipendenti e il 94% dei lavoratori senza istruzione. Nell'UE, si stima che l'economia informale fornisca una quota significativa del PIL: il 30% in Romania e Bulgaria, il 20% in Italia, Spagna e Ungheria e il 10-13% in Francia e Germania.

In questo 20% in Italia, ci sono anche Rom e Sinti, quelli che raccolgono il ferro per vivere, quelli che lavorano otto ore al giorno tirando fuori dai cassonetti oggetti e vestiti vecchi. Li recuperano e li vendono nei mercati delle pulci. Non abbiamo ricerche recenti su questo argomento, ma stimiamo che il 40 % delle famiglie Rom e Sinte vivono di questo tipo di lavori di recupero e riciclo che hanno un loro peso in un’economia sostenibile.

Quello che ci chiediamo è se la transizione ecologica sarà un’opportunità anche per le famiglie rom e sinte o un’ennesima occasione di esclusione e di impoverimento. Sarà solo un’altra occasione per le grandi aziende per aumentare il loro profitto, o servirà anche per considerare e regolarizzare il lavoro della fascia più povera della popolazione, che come in altri Paesi del mondo svolge lavori informali senza poter accedere ai diritti e alle garanzie che hanno i lavoratori “regolari”?

Ecco perché abbiamo bisogno di un processo di formalizzazione dei lavoratori del settore informale che non sia la formalizzazione attraverso dure ispezioni fiscali e la colpevolizzazione di chi è costretto a lavorare in nero, ma un processo di analisi attenta e di creazione delle condizioni e di opportunità per fare entrare questi lavoratori nel mondo del lavoro formale.

Queste sono solo alcune delle questioni che possono e debbono essere discusse quando si parla di Recovery Plan italiano e quando si dice che nessuno deve essere lasciato indietro. Noi sappiamo che questa può essere una grande opportunità per correggere la grave e ingiusta negligenza ed esclusione che le comunità rom e sinte hanno subito sinora: un’opportunità per noi di stabilizzare lavori comunque utili contribuendo al benessere del nostro Paese con quello che possiamo e sappiamo fare; per lo Stato italiano per cambiare e rovesciare la natura del nostro rapporto, per non buttare una risorsa, che, per quanto piccola, rappresenta un pezzettino di quelle disponibili e infine per curare la ferita del pregiudizio che esclude la minoranza più numerosa e discriminata dal processo di rinascita del nostro Paese.



33 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti
KETHANE

+39  389 162 7828

 

Viale Ungheria 26

20138 Milano

 

info@kethane.org

seguici sui social: