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Ripartire. Per dove?

“Ripartire? Certo, ma per andare dove? Tornare dove eravamo o provare a cambiare, anche per evitare che questa crisi lasci segni indelebili?” così esordiva Enrico Giovannini sul Corriere della Sera di venerdì 17 Aprile. E ha una sacrosanta ragione. Si fa un gran parlare del potenziale di cambiamento offerto dalla crisi che stiamo vivendo, un dibattito fatto di molti slogan e solo di qualche proposta concreta, piccole coperte che vengono così strattonate da ogni parte da non riuscire a coprire veramente nessun buco.

E’ questo il caso anche dei rimedi finora messi in campo -seppure pensati come temporanei- per “tamponare” le falle di un sistema buono sulla carta, almeno in comparazione ad altri nel mondo occidentale, ma senza dubbio non così efficace nella pratica. Parlo dei buoni spesa, dei redditi ausiliari, degli aiuti a contrasto di nuove e vecchie povertà che ancora una volta colgono solo la metà dello spettro. Il problema alla base mi sembra l’incapacità di cambiare paradigma, che come sappiamo, non significa solo una o più idee, ma cambiare radicalmente il mondo in cui osserviamo un fenomeno.

Solo così saremo in grado di offrire soluzioni nuove. “Non si può affrontare lo straordinario con l’ordinario” mi ha detto Giovanni Femiani, un esperto dei servizi con delega ai compi Rom del Comune di Milano: “queste persone sono escluse, insieme a tutta la cosiddetta grande emarginazione cittadina, ma non sanno perché, o forse non se lo chiedono più” aggiunge ancora. Il sistema attuale di welfare si è fermato nella sua considerazione a dei diritti di cittadinanza “antiquati”, legati a un mondo del lavoro che si è evoluto con velocità e modalità differenti, simile allo sprawling urbano, caratterizzato da rapidità e “disordine”, o forse meglio incoerenza. Per esempio, il problema di come dare da mangiare a persone che hanno perso un lavoro nel sommerso o che non possono vantare un lavoro precedente è una delle grandi voragini del nostro sistema di tutela che ha rivelato proprio in questo momento tutta la sua inadeguatezza.

La sostenibilità auspicata da un nuovo modello economico, improntato alla circolarità del sistema, che l’Unione Europea sta giustamente spingendo, prevede di sostenere maggiormente quelle attività che aiutino a ridurre il degrado ambientale e i livelli di inquinamento. Questo è un tassello, certamente molto importante e trasversale, tuttavia come la pandemia sta mostrando proprio ora, non ci può essere reale economia circolare senza una riduzione della disuguaglianza. Ogni articolo, ogni trasmissione, ogni omelia sta affrontando questo tema, eppure eccoci immobilizzati, quasi pietrificati di fronte a un fenomeno che ha raggiunto delle proporzioni così mastodontiche nel mondo da non sapere più come fare a intaccarlo.

La Social Justice, i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile della Commissione europea, sembrano punti ideali ma non sono mai stati così pratici. Sono la spina dorsale della ricostruzione sociale, sempre che in una ricostruzione ci vogliamo impegnare, perché sono elementi costitutivi e rifondativi del modo di pensare e quindi di agire. Niente è impossibile quando improvvisamente un numero abbastanza grande di persone, una massa critica, cambia prospettiva sulla realtà. Dovremmo impegnarci per questo.

Se pensiamo per esempio che la più grande minoranza etnica in Europa, i circa sei milioni del popoli Romanì, è sistematicamente esclusa dalle pratiche elementari di cittadinanza, e per così dire “integrata” quasi esclusivamente attraverso forme di assimilazione forzata, perché dovremmo meravigliarci del più generale fallimento europeo delle politiche di integrazione delle fasce marginalizzate della popolazione in generale? Il ripensamento deve avvenire come un atto di coscienza collettiva, non solo nel terzo settore, ma nel sistema economico, nel sistema ecologico: non andremo molto lontano se non affrontiamo la disuguaglianza e l’ingiustizia sociale che ne deriva. Ogni crisi ce lo ripresenterà in maniera via via più intensa e ci metterà di fronte all’insicurezza sociale che deriva da una società in cui si è rotto il contratto sociale, come sta succedendo negli Stati Uniti da qualche anno a questa parte.

Chissà, forse allora saremo costretti a occuparcene tutti, ma sarà troppo tardi.

(di Ida Castiglioni)

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