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Una strategia nuova, ma che sia efficace

Nel Settembre 2021 scadono i termini per presentare alla Commissione europea la nuova Strategia nazionale di inclusione per rom, sinti e caminanti. La precedente strategia è stata in vigore dal 2012 al 2020 e un’analisi, anche superficiale della condizione della comunità rom e sinta italiana vede un complessivo peggioramento delle condizioni materiali, dell’accesso alla casa, al lavoro e all’istruzione. A questo si aggiunge il grande divario tra l’impostazione positiva della Strategia e la sua pressoché totale inapplicazione per l’inesistenza di norme che la rendessero effettiva, lasciando alle regioni la scelta di aprire o non aprire i tavoli regionali che avrebbero dovuto essere la sede progettuale. A questo si sono aggiunte la fondamentale assenza di un intervento organico delle componenti amministrative – i ministeri dell’istruzione, del lavoro, della slaute e del welfare – e una debolezza rivendicativa da parte delle associazioni rom e sinte.

Per questa riteniamo più utile, anziché addentrarci nel merito dei singoli assi, sottolineare i punti fondamentali perché quel fallimento non si ripeta, tenuto conto che la nuova Strategia dura 10 anni (2020-2030) e un suo fallimento segnerebbe certamente la fine di qualunque idea di inclusione della comunità rom e sinta se non addirittura la dispersione della stessa identità storico-culturale di un popolo. L'idea di fondo, da cui muoviamo, è, innanzitutto, il riconoscimento del diritto alla differenza e quindi al riconoscimento dell'alterità come occasione di incontro tra le persone e le culture capace di generare un miglior modo d'essere.

Come prima considerazione riteniamo che la nuova strategia debba assolutamente riferirsi a tutta quanta la comunità rom sinta e caminanti (pur se per i caminanti andrebbe forse fatto un discorso a parte) in quanto suo focus e cuore è rendere possibili azioni concrete di inclusione sociale, economica e civile, azioni che riguardano tutti i soggetti appartenenti a questa comunità in quanto tutti vittime dello stesso stigma e della stessa discriminazione (a meno di nascondere la propria identità). Riferire la strategia solo alla parte più fragile ed esposta della comunità vuol dire sostenere che il paradigma rom=povero, vuol dire semplicemente negare l’identità a questa comunità e quindi di fatto proporre la cancellazione della sua identità storica e culturale.

Una seconda considerazione riguarda il ruolo della comunità rom e sinta non solo nella discussione sui singoli assi strategici, ma nella loro trasformazione progettuale nella scrittura della strategia. Facciamo un solo esempio per rendere l’idea. A proposito dell’abitare,uno dei temi cruciali, la vecchia Strategia prevedeva una serie di soluzioni che andavano dalla regolarizzazione dei terreni agricoli, alla cascina di proprietà publica, all’accesso all’edilizia convenzionata o a quella di mercato, al sostegno all’affitto, alle aree di sosta per i gruppi itineranti. Una campagna un po’ ideologica sul superamento dei campi e contro gli insediamenti monoetnici può lasciare un deposito negativo su un mondo che ha bisogno di soluzioni articolate e che in questa fase oltre tutto è affrontato, prevalentemente, con la chiusura di insediamenti regolari o spontanei senza soluzioni alternative. Quindi se non c’è dubbio che gli interventi per essere efficaci nel tempo devono intrecciare misure su lavoro e scuola e offrire un ventaglio che arricchisca l’offerta e colga i diversi bisogni abitativi: dalle microaree, come previsto dalla regioanle dell’Emilia-Romagna, all’autocostruzione, a tutte le soluzioni previste dallaprecedente Strategia.

Una terza considerazione, forse il tema principale, riguarda il fatto che oltre a individuare una nuova progettualità, sia decisivo definire i criteri per una sua effettiva ed efficace applicabilità. La Strategia non sarà legge dello Stato, non avrà quindi una propria cogenza, per questo è necessario individuare strumenti efficaci come una task-force – per esempio due per ogni regione – che sappia supportare gli Enti Locali e le Istituzioni territoriali nel costruire e implementare azioni e progettualità su ogni singolo territorio provinciale. L'esperienza fatta in meno di due anni per l'implementazione dell'UNARETE ha offerto risultati importanti che hanno visto crescere in solo dodici mesi in maniera esponenziale i casi di discriminazione intercettati. La task-force deve comprendere persone appartenenti alla minoranza rom e sinta perché quando si parla di partecipzaione ci si riferisce a parteciapre là dove si conta, si impara e si rende un servizio a tutta la collettività.

Infine, ultima considerazione il riconoscimento del Porrajmos e dello stato giuridico di minoranza storico-linguistica. L’attuale quadro giuridico vede da una parte inapplicate le norme costituzionali che tutelano le minoranze e l’uguaglianza dei cittadini, dall’altra una confusione giuridica che vede norme contraddittorie a livello locale tra regione e regione. È noto a tutti che il mancato riconoscimento della minoranza, come l’assenza del Porrajmos dalla legge che istituisce la Giornata della Memoria, rende inutili e velleitarrie le azioni, che pure la Strategia propone, contro l’antiziganismo e i suoi effetti terribili sulle condizioni materiali di rom e sinti: esclusione dal lavoro, dalla casa, dall’apprendimento. Per questa ragione riteniamo che il tema principale per una effettiva inclusione sociale, economica e civile della minoranza rom e sinta, sia definire il percorso per applicare l’articolo 3 della Costituzione alla minoranza rom e sinta. Interlocutori di questo percorso, oltre alla comunità rom e sinta, e UNAR, focus point della Strategia, sono gli attori della politica e quindi nella vigenza della nuova strategia va aperto un canale privilegiato (dall’analisi dello stato giuridico, ai confronti con le parti interessate, a una campagna di sensibilizzazione) che sfoci nell’approvazione di una legge nazionale per il riconoscimento della minoranza storico-linguistica di rom e sinti.


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