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ZIO DIMITRI E GLI OCCHI DEI GIOSTRAI

Mio zio viene da molto lontano. Ha cristalli, come serpenti di ghiaccio avvolti nell'iride e parla una lingua che nessuno sa. Mescola il caffè ma non ci crede, canta solo quando piove.

Quasi sempre è molto vecchio. A volte la sua pelle si distende e le mani grattano via l'orologio di cenere che gli sprofonda nel petto.

Allora ha di nuovo vent'anni e salta a piedi pari la frontiera, una foglia di menta nel taschino e, tra le mani, la custodia rotta di un violino.

In un certo senso, lui è lui soltanto quando le luci si accendono e inizia la prima corsa. Soltanto quando conta con cura i gettoni di plastica e li trascina con un dito lungo il banco della biglietteria, ridendo. Spinge i pulsanti come fossero rose e legge l'impronta del suo indice nel centro di ognuno.

Tiene una carta in tasca, il fante di cuori e un goccio di vodka che non beve mai. Dice che viene direttamente dalla Russia, che gli è stato regalato di notte con la precisa indicazione di berlo soltanto in punto di morte. Nessuno sa se sia vero, perché a lui piace ridere e così, quando lo racconta, nessuno lo prende sul serio. Nemmeno lui lo fa, ma una punta di sangue amaro gli rimane nel fondo della pupilla e, per non farla vedere, sorride e chiude gli occhi, gioca a mosca cieca.

Fa finta che non importi.

Che ne sarà di lui quando arriverà la mezzanotte e dovrà chiudere, cosa ne farà di lui il diavolo alla fine dell'ultima corsa? Che se ne fa dio, mi chiede, delle ciglia di neve di un vecchio 'zingaro'?

È stato tante cose nella vita, principalmente ladro. Di fulmini e di storie. Dice che sono così, gli occhi delle persone, l'attimo prima che la giostra si spenga e il giro finisca. Persi, pieni di luce.

Dice che tutti raccontano una storia. Dice che lui le sa tutte, che le ha rubate tutte e le ha mescolate alla vodka che non beve, alla carta che non guarda mai. Paura, amore, libertà, vuoto, polvere di sale. Si somigliano un po' tutte, dalla Russia al Montenegro, dall'Italia alla Serbia, in guerra e poi in pace e poi in guerra di nuovo. Però non le ha mai lasciate andare, giura. Nemmeno quando, bambino, scappava dalla guerra e la sua carovana con le finestre a forma di diamante bruciava lontana, nel cuore del bosco. Nemmeno quando l'hanno chiamato 'zingaro' e rincorso con un bastone. Lo giura.

Un giorno ci scriverà un libro, anche se non è mai andato a scuola, perché dice che le parole migliori sono tutte negli occhi, tutte nell'iride. Tutte nel suo personale scrigno di ladro, che custodisce con cura ogni notte di luna.

Gira la carta, regala un gettone, apre la cassa, guarda nel vuoto.

Fissa la giostra, ogni giostra ha un nome e lui li sa tutti perché le ha partorite lui, perché sa ogni crepa, ogni difetto, ogni controllo, ogni luce.

Ogni attimo dopo che la luce si è spenta e lui è rimasto seduto nel gabbiotto ad aspettare che scivolasse via quell'aria amara di tempesta.

Quando tutto questo finirà, ruberà un'altra storia e la lascerà lì, sospesa, come i coriandoli ai lati della strada, come la musica quando si spegne. La guarderà andarsene, come i petali nel fiume ogni Ederlezi, la saluterà con il bordo delle costole. Forse abbasserà lo sguardo, ma giurerà di no, e sarà bello tornare.

Come la notte dopo la fiera, come il profumo dello zucchero filato, come il fondo di acqua e paprika che beve ogni mattina.

E canterà ancora, ridendo, e ballerà sognando.

E morirà di nuovo un po', ogni sera.

(Morena Pedriali)

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